COSÌ LO STATO SI DIVORA LA METÀ DI QUELLO CHE GUADAGNI: LA PRESSIONE FISCALE REALE È AL 48,8%

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Roma. Il contribuente onesto è costretto a condividere con lo Stato circa la metà di quanto guadagna.

È quanto evidenzia un’analisi della Cgia di Mestre secondo cui quest’anno la pressione fiscale reale dovrebbe attestarsi al 48,8% anziché al 42,5% delle stime ufficiali contenute nel Def.

L’associazione degli artigiani ha, infatti, calcolato che, tenendo conto dell’economia sommersa che sfugge alle imposte, la dimensione del nostro Pil si restringe aumentando perciò l’incidenza del fisco. La simulazione è stata effettuata basandosi sui dati dell’Istat, secondo cui nel 2014 (ultimo dato disponibile) l’economia non osservata ammontava a 211 miliardi di euro (13% del Pil).

Ipotizzando prudenzialmente che l’incidenza del sommerso e delle attività illegali non abbia subito alcuna variazione in questi tre anni, il prodotto interno lordo al netto del «nero» si contrarrebbe dai previsti 1.710 miliardi a 1.488. L’incidenza del gettito fiscale (oltre 726 miliardi) sui redditi emersi aumenta così di 6,3 punti percentuali passando da 42,5 al 48,8 per cento.

Anche considerando gli effetti del bonus di 80 euro introdotto da Matteo Renzi (e che si configurano come una detrazione), le proporzioni non mutano si passa dal 41,9% di pressione fiscale sul Pil al 48,2 per cento. Le stime della Cgia relative al gettito fiscale 2017 tengono conto anche degli effetti economici delle misure introdotte con la manovra correttiva da 3,4 miliardi di euro richiesta dalla Commissione europea e approvata dal Parlamento lo scorso 16 giugno.

Questa discrasia tutta italiana vanifica parzialmente le timide riduzioni di imposta che hanno caratterizzato questi ultimi anni. Negli ultimi anni, il peso di tasse e contributi previdenziali che gravano sugli italiani è in leggera diminuzione. Dopo aver toccato la punta massima nel biennio 2012-2013, infatti, la pressione fiscale ha cominciato progressivamente a diminuire.

Ad esempio, nel 2017 il taglio dell’aliquota Ires (Imposta sui redditi delle società) che dal 27,5 si è abbassata al 24%, farà risparmiare alle società di capitali quasi 4 miliardi di euro, ma di fronte all’obbligo di versare alle casse dell’erario 48 centesimi per ogni euro guadagnato, si comprende come l’intervento rappresenti solo un placebo. Chi è riuscito a sopravvivere negli anni scorsi quando la pressione fiscale reale ha toccato il 50% ha mostrato una buona dose di coraggio e di adattabilità a un ambiente ostile.

Anche se in calo rispetto agli anni precedenti, il peso complessivo del fisco rimane comunque ad un livello insopportabile. «Da un lato è difficile fare impresa e dall’altro chi lavora come dipendente percepisce uno stipendio netto pari alla metà di quanto costa al proprio titolare», ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, sottolineando come «sia gli uni sia gli altri sono vessati da un fisco ingiusto ed eccessivo che, insieme alla burocrazia ottusa e snervante, continua a rappresentare il principale ostacolo alla ripresa».

«Se oltre ad essere meno esoso il nostro fisco fosse più semplice – ha aggiunto il segretario della Cgia, Renato Mason – l’amministrazione finanziaria potrebbe lavorare meglio ed essere più efficiente nel contrastare gli evasori e gli elusori fiscali».

La selva di leggi, decreti e circolari esplicative presenti nel nostro ordinamento tributario, invece, «complica la vita anche agli operatori del fisco». Ne è un palese esempio la recente epopea della «tassa Airbnb», la cedolare secca del 21% fissata dalla manovrina su affitti brevi e locazioni turistiche da trattenere e versare mensilmente a cura di portali Internet e intermediari immobiliari. Il decreto attuativo è giunto 4 giorni prima della scadenza mensile di luglio. Risultato? Se ne parla a settembre.

Fonte: Qui

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